
Assistendo al consiglio comunale del 20 giugno, s’è avuta come l’impressione che i due mesi che ci separano dalla vittoria elettorale di Antonio Staffa non siano mai trascorsi. Che i palchi dei comizi siano ancora issati sulle piazze ad aspettare che un nuovo candidato dica la sua.
E’ parso come di fare un grande, incredibile salto indietro e di tornare a quando in gioco c’era ancora l’amministrazione del paese e le liste, proponendosi alla cittadinanza, avevano una loro tesi da sostenere per convincere l’elettorato di rappresentare la migliore proposta, la migliore squadra.
Un’impressione dovuta ad una semplice circostanza: i rappresentanti delle liste che, dal settimo cielo raggiunto sulle ali della convinzione di avere la vittoria in tasca, sono poi precipitate in minoranza, non hanno pensionato il cavallo di battaglia elettorale. Nonostante la guerra del voto si sia conclusa da due mesi e mezzo.
L’unica differenza rispetto alle modalità della campagna elettorale, se c’è, è data dall’affinamento della tecnica. A competizione conclusa, sono più raffinati i metodi utilizzati perché giunga all’elettorato il messaggio del quale, a suo tempo, sia la lista Direzione San Lucido di Roberto Pizzuti, sia la lista Progetto Democratico di Mario Amendola si sono fatte portatrici, e cioè di avere come avversarie solo liste di incompetenti, che non sarebbero state in grado, laddove avessero improbabilmente vinto, di amministrare un paese. Una era LiberaMente di Vittorio Calomeni; l’altra, Rinascita Democratica di Antonio Staffa.
In campagna elettorale si poteva ancora affermare a chiare lettere che «amministrare – come disse un candidato della lista Direzione San Lucido – non è come organizzare un carnevale» o più in generale, come più volte sostenuto dai candidati di Progetto Democratico, che amministratore non ci si improvvisa. Ci vogliono lustri di esperienza per poter salire al soglio municipale e da lì governare, lustri di esperienza che entrambi i candidati a sindaco delle liste possono vantarsi di possedere.
Ad elezioni passate invece, per dire in sostanza che siamo amministrati da “incapaci” si ricorre ai fattori C. C come cavillo e come calcolo. Il cavillo è un sempreverde. Al calcolo invece si ricorre in casi particolari, come per esempio il consiglio comunale del 20 giugno, tutto incentrato sulla contabilità. Cavillo e calcolo hanno trovato in quella sede il momento del massimo trionfo.
Ricorrendo al fattore cavillo, si può dimostrare, che si è affermato, che tutti gli atti finora prodotti sono illegittimi. A questo fattore ha fatto ricorso soprattutto Mario Amendola, citando una serie infinita di decreti legge che pure i revisori dei conti sembravano cercare in remoti cassetti della memoria.
Ricorrendo al fattore calcolo, si può dimostrare, come è stato sottinteso, che nessuno ha saputo far di conto nello stilare il bilancio di previsione. Questo metodo ha potuto trovare grazie al contributo di tutta l’opposizione, a parte un taciturno Vittorio Calomeni. Opposizione che ad un certo punto si è rivolta alla calcolatrice del cellulare per pervenire a corretta sommatoria di euro.
I fattori C, se utilizzati in coppia e con finalità di contrasto rispetto alla parte avversa, possono avere l’utile risultato di dimostrare che quest’ultima ha prodotto qualcosa di irregolare, perché lo dice il cavillo e lo prova il calcolo. I fattori C confermano indiscutibilmente che il “nemico” ha prodotto qualcosa di irregolare per il semplice motivo che non è in grado di fare altrimenti. Dopotutto amministratori mica si nasce. Si diventa.










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