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Vi propongo una raccolta dei videospot per le elezioni comunali di San Lucido che ho trovato su YouTube.

Buona visione!

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I miei video:

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Segnalo l’intervista a Pippo Callipo di Amantealive. Il tema è quello della politica, dei giovani, della Calabria che vuole cambiare. Si parla anche del “terzo polo” citato ieri da Repubblica, “Io resto in Calabria”. Trovate l’intervista a questo link!

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Ben quaranta violazioni. Fotografa una realtà di grande difficoltà il controllo dei carabinieri del Nas nell’ospedale di Melito Porto Salvo. Un’operazione che ha portato alla denuncia di sette dirigenti dell’ex azienda sanitaria locale di Reggio Calabria.

Le violazioni riguardano principalmente le precarie condizioni igienico-sanitarie in cui è stato trovato l’ospedale. Molte le carenze del nosocomio: gli impianti (elettrico e anticendio) non sono a norma, le uscite di emergenza non sono neanche segnalate. Una delle situazioni più gravi è quella relativa al reparto dove vengono effettuate le dialisi: il contenitore dei ferri sanitari, ad esempio, è posto vicino al sacchetto dell’immondizia.

I disservizi del reparto dialisi sono stati scoperti durante la visita compiuta nell’ospedale dai componenti della commissione d’inchiesta, voluta dal Ministero della Sanità, con a capo il Prefetto Achille Serra e della quale è componente anche il comandante del Gruppo antisofisticazioni e sanità di Napoli dei carabinieri, il colonnello Ernesto Di Gregorio.

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La clinica dei morti viventi è sulla collina più alta. Le tre vecchiette hanno quasi un secolo l’una e sono imbambolate davanti alla finestra, bisbigliano frasi senza senso, forse pregano con lo sguardo perso verso il mare. Le infermiere le imboccano, stasera c’è pastina con l’olio e formaggio magro.

Loro sembrano indifferenti, lontane dai dolori e dagli orrori di questo lager mafioso a cinque stelle dove sopravvivono facendo ricco l’onorevole boss. Eccola qui la Sanità calabrese che brilla di fuori e ammazza di dentro. Eccola qui Villa Anya, la clinica dei morti viventi del dottore Domenico Crea, consigliere regionale e padrone di Melito Porto Salvo, quindicimila fra sudditi e vittime, trenta chilometri di rovina sulla vecchia statale che scende diritta fino a Reggio.

Somiglia proprio a una villa in mezzo a tutte quelle macerie della Calabria. L’ultimo sole che cala sul mar Ionio le dà uno splendore da brivido fra quei cubi di tufo che chiamano case, scheletri di cemento, saline abbandonate, la vecchia ferrovia. Eccola qui la cassaforte personale del mafioso che a volte si travestiva da politico e da politico faceva sempre il mafioso, una combinazione da sessanta posti letto e sessanta pazienti che per lui erano come sacchi della netturbe. Sacchi umani. Ogni sacco una retta. Ogni retta un po’ di soldi in più da investire. Sempre là, sempre nella Sanità calabrese, l’albero della cuccagna.

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È VIVA o morta la Calabria? “Attaccata al respiratore di una macchina mangiasoldi. Da deputato eletto a Catanzaro vedevo gente famelica starmi accanto, senza nessun senso del bene comune. Ho preso la valigia e sono tornato da dove ero venuto. Adesso sono consigliere comunale a Torino, eletto nella lista di Chiamparino”. Massimo Mauro, quindici anni nel pallone, racconta la sua disfatta politica: “Inadeguato nel ruolo, inconsapevole che quella terra ha una fame che le ruba dignità. Impossibile vivere a casa mia, impensabile continuare a fare politica lì”.

In Calabria il bene e il male sono l’uno addossato all’altro: “Per una cosa che fai buona ne guasti dieci. Sembra di raccontare storie dell’altro mondo”. Lo dice Agazio Loiero, il presidente di un governo regionale che più di una volta, per evitare i questuanti, e forse molto altro ancora, si è riunito in sedi diverse e anonime pur di non mostrarsi, non ricevere gente e non stringere mani. Ah, le mani… “La cosa veramente stressante – racconta Matteo Cosenza, direttore del Quotidiano di Calabria – è l’intreccio familistico. È continuo, ripetuto. In ogni occasione, qualunque sia la posta in gioco, la devianza sociale si manifesta attraverso questa suprema logica da clan”.

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Prima conversazione. “Mentre in alcune cose, il settore è circoscritto e si possono… Qua è una regione che parte da Cosenza a Reggio Calabria; chi c… sa l’intervento che ha fatto qua o l’intervento che hai fatto ad Amantea o quello che puoi fare a Reggio Calabria? Nessuno. Nessuno è all’altezza … Te capì? O non te capì?”. A parlare è il consigliere regionale calabrese Domenico Crea, arrestato nell’ambito dell’operazione “Onorata Sanità”, in un colloquio con il suo collaboratore Antonio Iacopino intercettato dagli investigatori il 3 agosto 2007.

“Un faccendiere come a quello, come a Enzo – aggiunge Crea – in un mestiere come questo, lo sai che faceva? Rendeva il 100%. Senti quello che ti dice Mimmo; e non l’ha mai capito, si sentono intelligenti, ma a me mi possono tenere le p…., la gente. A me la gente, quelli che si sentono intelligenti, mi possono tenere le p…, se mi seguono… E lo sai quando … che mi servivano lo sai come, alla perfezione… cioè alla perfezione e non… non si muovevano di una virgola… ed io sfondavo. Non mi tradivano e lavoravano, non so se sono… Ti parlo del ‘95, ‘96, quando io ero un Dio che dopo ti fanno la corte pure quelli che hai intorno. Non quando sei solo”.

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I MORTI li facevano diventare vivi e i vivi li facevano diventare morti. Urlavano di dolore nelle corsie. E li lasciavano urlare ogni notte. Senza cure. Senza medici. “A questa intanto la facciamo fuori noi”, diceva un’infermiera davanti al corpo ormai sfatto di una vecchietta in agonia. Era una clinica degli orrori quella dell’onorevole più mafioso della Calabria, una morgue chiamata Villa Anya.

Era là alla vista di tutti, sulla statale 106 che da Reggio sale verso la Locride. Era là a ingoiare malati e finanziamenti pubblici nella Repubblica autonoma di Melito Porto Salvo, un paese di un’altra Italia che è il regno di Domenico Crea, dottore in medicina specializzato in Igiene, consigliere regionale, 9 mila voti al servizio di chi ha sempre offerto di più a sinistra o a destra, il volto quasi pulito di tre cosche – gli Zavettieri di Roghudi, i Morabito di Africo, i Cordì di Locri – della costa ionica calabrese. La Sanità era lui a Melito Porto Salvo. La Sanità era lui all’Asl 11 di Reggio. La Sanità era lui all’assessorato a Catanzaro. Lui, suo figlio Antonio e gli amici di quelle tre “famiglie”. C’era puzza di ‘ndrangheta e puzza di cadaveri a Villa Anya.

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