Sanità

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domenica pensa alla salute

L’argomento di oggi è:

La patologia tiroidea

di Piero Alò

La patologia tiroidea in Italia risulta in continuo aumento tanto nei suoi aspetti funzionali che in quelli tumorali. Evidenze epidemiologiche documentano che nel nostro Paese la patologia tiroidea deve essere considerata endemica, interessando circa il 10% della popolazione, con particolare coinvolgimento di soggetti di età inferiore ai 40 anni.

Entrando nel dettaglio della patologia tumorale, l’incidenza dei tumori tiroidei risulta raddoppiata nel periodo 1996-2203 con una netta prevalenza, oltre il 50%, in soggetti di età inferiore ai 54 anni. D’altra parte anche la sopravvivenza a 5 anni è risultata in aumento, passando dal 75% al 90% nello stesso periodo, verosimilmente in relazione ad un maggiore controllo della popolazione e della possibilità di una diagnosi precoce tramite screening ecografico ed indagine citologica su ago-aspirato.

In Calabria ed in particolare nella provincia di Cosenza non è possibile ottenere dati maggiormente circostanziati; a mia conoscenza mancano dati pubblicati in letteratura ed un registro per i tumori della tiroide. Tuttavia dagli operatori del settore è stata soggettivamente riscontrata un’aumentata incidenza pur in assenza di dati oggettivi.

La citologia è considerata attualmente il più importante strumento di prevenzione pre-operatorio per il tumore della tiroide. Infatti noduli clinicamente sospetti possono essere punti mediante ago-aspirazione. Tale indagine viene effettuata nell’ambulatorio endocrinologico sotto guida ecografica. La valutazione dei preparati citologici al momento del prelievo permette di valutare la congruità del materiale e di formulare “seduta stante” una diagnosi.

La discussione del caso in maniera multi-disciplinare permette di ottimizzare l’inquadramento anatomo-clinico e di stabilire il percorso terapeutico per il paziente. A Ceccano (Fr), fra i pochi in Italia, esiste la cosiddetta Unità Multi-disciplinare di Patologia Tiroidea (Thyroid Unit) la quale si avvale di questo approccio con coinvolgimento di chirurghi, medici nucleari, radiologici, endocrinologi ed anatomo-aptologi dedicati. La patologia tiroidea è facilmente gestibile, se aggredita in tempo ed in maniera razionale, sia nei suoi aspetti funzionali che neoplastici.

Consigli pratici:

a) Stimolare il medico di base a dare sempre un’occhiata alla tiroide (vista l’estrema eterogeneità della sua sintomatologia)

b) Nel sospetto di patologia della tiroide sottoporsi ad esami sierologici e/o strumentali
c) Rivolgersi a centri multi-disciplinari di patologia tiroidea

d) Non rivolgersi in prima istanza al chirurgo generale. La chirurgia nell’ambito della patologia tiroidea deve essere l’ultima opzione e non la prima in presenza di noduli tiroidei e di tiroide cosiddetta “ingrossata”.

L’argomento della prossima puntata riguarderà la patologia prostatica.
L’appuntamento è per domenica 31 maggio!

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Piero Luigi Alò si è laureato nel 1985 in Medicina e chirurgia. Nel 1989 ha conseguito la specializzazione in Anatomia patologica e nel 1993 quella in Oncologia. Professore di Anatomia patologica, direttore della Scuola di specializzazione in Anatomia patologica e dell’Uoc Anatomia patologica dell’Asl di Frosinone. È autore di circa 150 lavori indexati, con peculiare attenzione verso nuovi marcatori prognostici delle neoplasie umane. Riconoscimenti all’estero: Visiting Scientist Johns Hopkins School of Medicine Baltimora (USA).

domenica pensa alla salute

L’argomento di oggi è:

La tubercolosi

di Piero Alò

La tubercolosi è una malattia cronica contagiosa che colpisce principalmente i polmoni; tuttavia qualsiasi altro organo del corpo umano può essere interessato. La lesione caratteristica è un granuloma rotondeggiante con un’area centrale caseosa. La tubercolosi è causata principalmente dal Micobatterio tubercolare (bacillo di Koch) umano. In qualche caso può essere causato dal Micobatterio bovino. Il Micobatterio tubercolare umano è un bacillo sottile, perlato, immobile. In coltura cresce lentamente e si raddoppia in 24 ore.

La tubercolosi è diffusa in tutto il mondo. E’ una delle principali malattie infettive nell’uomo. Il rischio di infezione è alto nei pazienti HIV positivi, negli emarginati, nei malnutriti e nelle aree dove la malattia è endemica. In Italia la città con maggiore incidenza è Prato a causa della presenza di alcune etnie a scarsa educazione igienica.

A San Lucido oggi è rara, negli anni 20-30 era frequente. Il micobatterio si trasmette mediante la tosse, starnuti, gli sputi, il parlare. In tali situazioni vengono liberate goccioline di secrezione respiratoria che evaporando lasciano il micobatterio libero nell’aria. Il micobatterio bovino invece si contrae per infezione da latte infetto.

La tubercolosi polmonare può essere asintomatica o può portare a morte. Ciò dipende dalla carica batterica e dalle difese immunitarie dell’ospite. Può dar sintomi in seguito a prima infezione o dopo molti anni (infezione secondaria). Situazioni che predispongono alla riattivazione della tubercolosi sono tumori, chemioterapie, terapie immuno-soppressive, AIDS).

I sintomi più frequenti sono febbricola, tosse, malessere generale, perdita di peso, sudorazione notturna, sangue nell’espettorato.

La tubercolosi intestinale si contrae in seguito ad ingestione dei micobatteri presenti nel cibo o in seguito ad ingestione di saliva infetta ( bacio, bicchieri non puliti etc). Si localizza nell’intestino tenue, nel colon o nell’appendice. Si manifesta con dolore addominale cronica o con l’evidenza di una massa nell’addome. L’intestino in casi gravi può ulcerarsi, fistolizzarsi o perforarsi portando a morte il paziente. Altre sedi comuni di infezione sono infine le vertebre toraciche (malattia di Pott) le meningi e l’encefalo.

La diagnosi si fa mediante RX torace (TBC polmonare) e/o mediante la ricerca del batterio nell’espettorato. Negli organi interni può essere utile la TAC, la RMN o il prelievo tessutale per indagine anatomo-patologica.

Consigli pratici:
- controllare se vi è stato contatto con il micobatterio
- evitare contatti con persone o ambienti a rischio per infezione
- evitare o almeno vaccinarsi se si reca in viaggio in zone endemiche.

L’argomento della prossima puntata riguarderà la patologia tiroidea.
L’appuntamento è per domenica 24 maggio!

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Piero Luigi Alò si è laureato nel 1985 in Medicina e chirurgia. Nel 1989 ha conseguito la specializzazione in Anatomia patologica e nel 1993 quella in Oncologia. Professore di Anatomia patologica, direttore della Scuola di specializzazione in Anatomia patologica e dell’Uoc Anatomia patologica dell’Asl di Frosinone. È autore di circa 150 lavori indexati, con peculiare attenzione verso nuovi marcatori prognostici delle neoplasie umane. Riconoscimenti all’estero: Visiting Scientist Johns Hopkins School of Medicine Baltimora (USA).

domenica pensa alla salute

L’argomento di oggi è:

Il tumore della vescica

di Piero Alò

La vescica è un organo cavo simile ad una sacca la cui funzione è di raccogliere l’urina prima di essere emessa all’esterno tramite la minzione. La vescica modifica le sue dimensioni in base alla presenza o meno di contenuto al suo interno. Per permettere la distensione delle parete dell’organo la vescica ha un rivestimento interno che si chiama epitelio di transizione fatto di strati cellulari che si sovrappongono e si distendono al bisogno. Sotto l’epitelio giace tessuto muscolare abbastanza spesso che serve per favorire la contrazione dell’organo.

Il tumore (carcinoma) della vescica rappresenta circa il 4% di tutti i tumori umani. Esso colpisce soprattutto le persone anziane.

Le cause che determinano i carcinomi della vescica sono diverse e rispecchiano l’area geografica di provenienza del paziente affetto. Mentre in Africa il carcinoma della vescica può insorgere in soggetti affetti da infestazioni parassitarie (ad esempio schisostomiasi) nei paesi industrializzati sono diversi i fattori che lo determinano. Il tipo di lavoro, la regione di provenienza (ad esempio, in Italia, in Campania, nel salernitano si è osservato un alto numero di carcinomi vescicali a causa dell’uso di diserbanti nella coltivazione dei pomodori o nel Lazio, in Ciociaria a causa dell’inquinamento da sostanze chimiche del fiume Sacco) .

I sintomi possono essere subdoli o addirittura si possono avere tumori vescicali, anche di grandi dimensioni asintomatici. Il segno più evidente è la presenza del sangue nelle urine (ematuria) che può essere evidente (macro-ematuria) o evidenziabile solo in seguito ad esame clinico (micro-ematuria). Dal punto di vista patologico il tumore della vescica si presenta come un cavolfiore o può essere piatto. La gravità del tumore dipende non tanto dalla forma del tumore o dalle dimensioni dello stesso ma dalla multifocalità o dalla capacità che ha il tumore di interessare il muscolo o di invadere altre strutture profonde della parete o di superare la parete della vescica stessa.

Come si fa diagnosi di tumore vescicale? Mediante l’esame citologico delle urine. Tale esame, che è consigliabile fare una volta l’anno nei soggetti adulti consiste nella raccolta di 3 campioni di citologia urinaria per 3 giorni consecutivamente onde evidenziare la presenza di cellule sospette. Se l’anatomo-patologo segnala la presenza di cellule sospette il passo successivo è la cistoscopia che mediante sonda permette di apprezzare l’intero involucro vescicale per evidenziare lesioni. Dalla cistoscopia si possono prelevare frammenti di tessuto da analizzare al microscopio onde confermare la presenza o meno di tumore e soprattutto vedere se il muscolo è o meno coinvolto. La presenza di coinvolgimento muscolare è fondamentale per stabilire il tipo di approccio terapeutico (farmacologico vs chirurgico).

Consigli pratici:
a) sottoporsi, se asintomatici, almeno una volta l’anno ad esame urine
b) evitare, per quanto possibile, esposizioni a fattori favorenti l’insorgenza del tumore
c) pretendere la lettura dell’esame citologico dall’anatomo-patologo
d) rivolgersi se necessario a centri di uropatologia dedicati

L’argomento della prossima puntata riguarderà la tubercolosi.
L’appuntamento è per domenica 17 maggio!

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Piero Luigi Alò si è laureato nel 1985 in Medicina e chirurgia. Nel 1989 ha conseguito la specializzazione in Anatomia patologica e nel 1993 quella in Oncologia. Professore di Anatomia patologica, direttore della Scuola di specializzazione in Anatomia patologica e dell’Uoc Anatomia patologica dell’Asl di Frosinone. È autore di circa 150 lavori indexati, con peculiare attenzione verso nuovi marcatori prognostici delle neoplasie umane. Riconoscimenti all’estero: Visiting Scientist Johns Hopkins School of Medicine Baltimora (USA).

domenica pensa alla salute

L’argomento di oggi è:

Le patologie linfo-proliferative

di Piero Alò

Le malattie linfoproliferative sono un gruppo di malattie derivate dalla proliferazione, per lo più tumorale, di una popolazione di cellule appartenenti al sistema linforeticolare.

Si manifestano 7500-8000 nuovi casi all’anno, la cui incidenza in Italia si attesta su 3 casi ogni 10000 abitanti.

Rispetto all’età anagrafica l’incidenza è bassa nelle persone troppo giovani (meno di 10 anni) o negli anziani (maggiore di 60 anni), mentre il picco di manifestazione lo si trova verso la seconda-terza decade di vita, con maggiore incidenza nell’uomo rispetto alla donna.

Le malattie linfoproliferative possono essere brevemente definite nel modo seguente:

● Le neoplasie linfoidi comprendono un gruppo eterogeneo di entità. In molti casi, ma non in tutti, l’aspetto delle cellule neoplastiche richiama da vicino quello di un particolare stadio della normale differenziazione linfocitaria.

● Le neoplasie mieloidi derivano dalle cellule staminali ematopoietiche che danno origine a cellule della linea mieloide (cioè eritroide, granulocitaria e trombocitaria). Si riconoscono tre categorie di neoplasie mieloidi: leucemie acute mieloidi, in cui nel midollo osseo si accumulano cellule progenitrici immature; sindromi mielodisplastiche, associate ad ematopoiesi inefficace e alla conseguente citopenia nel sangue periferico; e disordini mieloproliferativi cronici, in cui l’aumentata produzione di uno o più elementi mieloidi terminali differenziati (ad esempio granulociti) porta di solito ad un aumento delle conte cellulari nel sangue periferico.

● Le istiocitosi sono lesioni proliferative degli istiociti che comprendono rare neoplasie che si presentano come linfomi maligni. Una speciale categoria di istiociti, detti cellule di Langerhans, danno origine a uno spettro di lesioni neoplastiche, alcune delle quali si comportano come tumori maligni disseminati, altri come proliferazioni localizzate benigne.

Questo gruppo prende il nome di istiocitosi a cellule di Langerhans.

I fattori associati ad un aumentato rischio di insorgenza di istiocitosi sono l’età avanzata, il sesso maschile, la razza bianca e lo stato socio-economico avanzato.

Per la diagnosi di tali malattie è necessario un emocromo ed esami ematochimici completi, un RX torace, un eco-addome e una biopsia linfonodale.

Per stabilire una corretta prognosi bisogna valutare alcuni aspetti fra cui la presenza di determinati sintomi e la presenza contemporanea di altre malattie.

Ognuno di noi può adottare dei comportamenti che riducano le possibilità di avere queste malattie:

- dicendo di no al fumo;

- privilegiando un’alimentazione corretta;

- evitando esposizioni continue protratte a radiazioni ionizzanti;

- facendo attività fisica;

- sottoponendosi a controllo medico urgente in presenza di un ingrossamento linfonodale non dovuto ad infezione in atto.

Tuttavia per le malattie linfoproliferative non esiste a tutt’oggi, purtroppo una vera e propria prevenzione.

L’argomento della prossima puntata riguarderà il tumore della vescica.
L’appuntamento è per domenica 10 maggio!

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Piero Luigi Alò si è laureato nel 1985 in Medicina e chirurgia. Nel 1989 ha conseguito la specializzazione in Anatomia patologica e nel 1993 quella in Oncologia. Professore di Anatomia patologica, direttore della Scuola di specializzazione in Anatomia patologica e dell’Uoc Anatomia patologica dell’Asl di Frosinone. È autore di circa 150 lavori indexati, con peculiare attenzione verso nuovi marcatori prognostici delle neoplasie umane. Riconoscimenti all’estero: Visiting Scientist Johns Hopkins School of Medicine Baltimora (USA).

I sanlucidani talentuosi non mancano ed ogni volta che ho conosciuto le loro conquiste sono stata felice di condividerle con voi tramite questo blog. Abbiamo potuto così apprezzare insieme i successi dei ballerini Valentino e Nilde Serpa, del breakdancer Francesco de Luca, della dottoressa Sonia de Francesco.

Un altro sanlucidano che ha fatto strada è Piero Alò, che come la de Francesco fa il medico e che ha pensato di condividere le sue conoscenze con noi, tenendo su questo blog una rubrica settimanale. Naturalmente riguarderà la salute, con particolare riferimento ai tumori femminili. L’appuntamento con la sua rubrica, che si chiama “Domenica pensa alla salute”, è fissato per ogni domenica. Si comincia oggi. Restate sintonizzati.

domenica pensa alla salute

L’argomento di oggi è:

Il ruolo della citologia cervico-vaginale nella prevenzione del carcinoma della cervice uterina

di Piero Alò

Il carcinoma della cervice uterina rappresenta una delle cause più frequenti di decesso per tumore nelle donne. In Italia nel quadriennio 2002-2006 ha portato a morte oltre 3000 donne con un’incidenza del 9.8% per anno.

I fattori di rischio identificati nell’insorgenza del tumore sono diversi (età precoce del primo rapporto sessuale, età della prima gravidanza, numero di partners, fumo di sigarette, uso di contraccettivi orali, classe socio-economica); tuttavia l’unico riconosciuto fattore di rischio inequivocabilmente coinvolto nell’insorgenza del carcinoma e l’infezione da l virus HPV.

Il virus HPV acronimo di Human Papilloma Virus è un DNA virus a doppia elica che si trasmette durante i rapporti sessuali. Esistono diversi ceppi di HPV; fra questi solo alcuni cosiddetti persistenti o resistenti hanno la capacità di ancorarsi tenacemente al DNA delle nostre cellule cervicali modificandone la struttura e stimolandole a replicarsi in maniera anarcoide fino a determinarne la trasformazione maligna.

Sin dagli anni ’70 si è notato che la capacità di evidenziare piccole modificazioni cellulari nelle cellule cervicali si associava alla possibilità di prevenire e quindi curare la malattia fin dalle fasi iniziali di sviluppo.

Merito di ciò è in larga misura da attribuire al ginecologo greco Papanicoloau il quale mediante una tecnica semplice, poco costosa e innocua per la paziente ha posto le basi per una valutazione precoce delle cellule della cervice esaminate al microscopio al fine di evidenziare le fini modificazioni strutturali delle stesse. Nel tempo altri autori primo fra tutti l’anatomopatologo Robert Kurman del Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora (USA) hanno stabilito le basi morfologiche dirimenti fra il normale ed il patologico.

Da allora la citologia cervico-vaginale è diventata la tecnica gold-standard per la diagnostica precoce stimolando i governi ad attivare programmi di screening tali da favorire la cittadinanza a sottoporsi gratuitamente a tale indagine ed innalzando lo screening a LEA (Livello Essenziale di Assistenza) come ad esempio le vaccinazioni anti-polio.

Donne non vergini, asintomatiche, dai 25 ai 64 anni, sono invitate mediante lettera a sottoporsi a tale programma presso i consultori delle ASL di evidenziare eventuali infezioni da HPV e stabilire il tipo di follow-up. In caso di positività all’HPV sarebbe opportuno che anche il partner si sottoponesse ad indagini visto il lento progressivo aumento di carcinomi squamosi nei maschi riscontrati nell’ultimo decennio.

Consigli pratici

1. sottoporsi al programma di screening pretendendo di ricevere l’invito

2. sottoporsi al programma di screening soprattutto se si è sani e sessualmente attivi

3. pretendere il nome del patologo che ha letto il tuo Pap-Test con la sua firma e la struttura di appartenenza

4. la presenza di infezione da HPV (frequentissima nelle donne) non è segno di malattia e non deve allarmare ma essere da stimolo per controlli nel tempo.

Il carcinoma della cervice uterina si può debellare! In attesa della vaccinazione di massa per HPV è necessario stabilire piccole accortezze per una sessualità sana e priva di rischi presenti e futuri.

L’argomento della prossima puntata riguarderà le malattie linfo-proliferative.
L’appuntamento è per domenica 3 maggio!

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Piero Luigi Alò si è laureato nel 1985 in Medicina e chirurgia. Nel 1989 ha conseguito la specializzazione in Anatomia patologica e nel 1993 quella in Oncologia. Professore di Anatomia patologica, direttore della Scuola di specializzazione in Anatomia patologica e dell’Uoc Anatomia patologica dell’Asl di Frosinone. È autore di circa 150 lavori indexati, con peculiare attenzione verso nuovi marcatori prognostici delle neoplasie umane. Riconoscimenti all’estero: Visiting Scientist Johns Hopkins School of Medicine Baltimora (USA).

La Società oftalmologica italiana (Soi) è un’associazione di medici oculisti italiani attiva dal 1879 ed oggi presieduta dal professore Corrado Balacco Gabrieli. Dal 20 al 23 maggio terrà a Roma il suo settimo congresso internazionale, e sarà in quell’occasione che alla sanlucidana Sonia De Francesco verrà consegnato il Premio Mario Gelsomino per il 2009. Ricercatrice presso il Centro di riferimento nazionale per il retinoblastoma presso il Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, Sonia De Francesco si è aggiudicata l’importante riconoscimento per la migliore comunicazione presentata in occasione dell’88esimo Congresso nazionale della Società, tenutosi a Roma nel novembre scorso.

«Sono profondamente lusingata – ha detto il medico nel ringraziare il segretario della Società, Matteo Piovella e l’intero consiglio direttivo. È un premio che arriva all’improvviso a sostenere un lungo lavoro, fatto di passione e di sacrificio, ma nello stesso tempo costante e silenzioso. Grazie infinitamente».

Sonia De Francesco aveva già ottenuto nel gennaio scorso, col suo lavoro di ricerca, un importante risultato per la cura del retinoblastoma, il tumore dell’occhio più diffuso in età pediatrica.

Una buona notizia, anzi due. La prima: è stata messa a punto presso il Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, una nuova terapia per la cura del retinoblastoma, il tumore dell’occhio più diffuso in età pediatrica. La seconda: l’importante risultato è stato raggiunto anche grazie al lavoro di una sanlucidana.

Si tratta della dottoressa Sonia De Francesco, team.jpgricercatrice presso il Centro di riferimento nazionale per il retinoblastoma dell’Uoc Oculistica, che condivide questo successo con la dottoressa Doris Hadjistilianou, con il dottor Carlo Venturi e la dottoressa Sandra Bracco della Neuroradiologia diagnostica e interventistica del policlinico Le Scotte.

«È una nuova opportunità terapeutica – spiegano i ricercatori – che permette di salvare gli occhi affetti da retinoblastoma, anche quelli di stadio più avanzato, fino a pochi mesi fa candidati all’enucleazione. Si tratta di una metodica angiografica di micro-cateterismo. Mediante un catetere sottilissimo e flessibile, introdotto all’altezza dell’inguine nell’arteria femorale, si arriva all’arteria oftalmica, dove viene somministrata selettivamente una sostanza chemioterapica attiva ed efficace sulle cellule tumorali e con bassissima tossicità per la retina e nessuna tossicità sistemica».

Tale strategia è stata studiata ed ideata presso lo Sloan Kettering Center ed il Weill Cornell Medical College di New York, tramite la collaborazione dei ricercatori senesi con i professori David Abramson, oculista oncologo, e Pierre Gobin, neuroradiologo interventista.

Malpractice medica. Ne abbiamo parlato col dottor Leandro Mallamaci, pediatra e consulente tecnico del Tribunale di Paola.

Secondo lei si può fare qualcosa per arginare il fenomeno del contenzioso medico-legale?

«Per i medici non è certo facile ostacolare interessi professionali concorrenti o contrastanti, rappresentati nella peggiore accezione da studi legali che nel mondo anglosassone operano in sedi addirittura adiacenti al pronto soccorso. Rientra però nelle loro competenze il miglioramento della capacità di comunicare, elemento determinante nei rapporti con il paziente, con i mass media e con l’opinione pubblica. Gli ordini dei medici e le società scientifiche dovrebbero prendere delle iniziative culturali per contribuire a ristabilire il rapporto fiduciario medico-cittadino su basi nuove di trasparenza e condivisione di scelte e obiettivi terapeutici».
franco mallamaci

Come definisce la medicina moderna?

«La medicina non è una scienza esatta, pur essendo rigorosamente fondata su presupposti scientifici. I calcoli di una struttura in cemento armato risulteranno costanti, a parità di dati prefissati, indipendentemente dal tecnico che li avrà eseguiti. Altrettanto non può essere affermato nei confronti di una realtà a volte oscura (la malattia) che viene affrontata, di volta in volta, nella sua proiezione variabile (l’individuo affetto). Questo ampio margine di soggettività e la peculiarità del rapporto medico-paziente hanno costituito il punto di partenza per l’incremento di conflittualità in sede penale e civile per i casi di malpractice».

Come è cambiato il rapporto medico-paziente?

«La medicina attuale ha in parte perduto la caratteristica ippocratica del presupposto di beneficenza, per diventare sempre più medicina relazionale. Il dialogo con il paziente costituisce l’elemento centrale dell’opera medica. La prestazione medica è ormai quasi sempre considerata obbligazione contrattuale, ovunque sia resa, sia nel pubblico che nel privato, e si è manifestata la tendenza della giurisprudenza a pretendere l’obbligatorietà di risultato prescindendo dai limiti delle conoscenze e dei mezzi, sia in campo diagnostico che terapeutico».

Perché aumenta il contenzioso?

«I progressi della medicina soprattutto di quella preventiva, hanno spostato l’attenzione dall’individuo malato al sano, la cui aspettativa non è più quindi solo la salute, ma una migliore qualità di vita. La crescita delle possibilità diagnostiche e terapeutiche, è stata rapida e costante: molte malattie sono quasi scomparse o ne è stata ridimensionata la rilevanza sociale. I successi della medicina hanno portato a nuove aspettative nei confronti della salute e ad una diversa percezione della malattia. Questa, infatti è un evento spesso vissuto come drammatico nella vita psicologica, familiare e sociale di una persona, e obbliga tutti ad un difficile confronto con gli aspetti più dolorosi dell’esistenza, come la sofferenza, il dolore fisico, l’invalidità, la perdita e la morte. È vero che al medico è stato dato il compito di assistere la nascita e la morte di una vita umana, ma ritengo che lo scopo dell’organizzazione sanitaria non possa essere una onnipotente e narcisistica pretesa di sconfitta della morte».

Per l’Organizzazione mondiale della sanità, il sistema italiano è secondo solo a quello francese; ma allora perché tanta poca fiducia nella sanità? Ci confrontiamo con Leandro Mallamaci, medico pediatra e consulente tecnico d’ufficio del Tribunale di Paola.

«Il nostro servizio sanitario ha molti problemi – afferma – come la discontinuità territoriale, l’obbligo di pagamento di alcune prestazioni specialistiche e le liste d’attesa. Tuttavia – aggiunge – è incomprensibile che gli italiani non ne apprezzino a pieno le qualità ed i vantaggi».

leandro mallamaci

Pensa che il Piano sanitario dell’onorevole Lo Moro per la Calabria possa essere di beneficio?

«Il Piano sanitario è un’autentica riforma e messa a regime del sistema calabrese. Una riforma strutturale che consentirà di eliminare gli sprechi e, soprattutto, di dare ai calabresi una sanità di qualità, equamente distribuita sul territorio. È auspicabile che sia presto applicato e che entri in vigore con il pieno rispetto dei suoi dettami. E soprattutto bisognerà essere vigili affinchè il programma di accreditamento delle strutture private non segua logiche perverse che possano favorire infiltrazioni della criminalità organizzata».

La rivisitazione della rete ospedaliera la considera utile?

«La ritengo necessaria in sé, è funzionale all’obiettivo del rafforzamento dei servizi territoriali perché è destinata a liberare risorse economiche e strutture già esistenti non più necessarie alle funzioni ospedaliere».

Qual è secondo lei il punto più critico dell’organizzazione sanitaria calabrese?

«Uno dei punti critici della sanità calabrese è l’assoluta insufficienza dei servizi territoriali, per carenze di strutture e di risorse considerato che spesso quelle destinate formalmente al territorio vengono di fatto assorbite dalla spedalità e dalla spesa farmaceutica».

Dottore, secondo lei la mafia è bianca… “come i camici”?

«Non è una novità l’infiltrazione delle ‘ndrine nella sanità calabrese e la connivenza della nomenclatura politica e della dirigenza sanitaria con il potere mafioso. Sembra impossibile che poche persone possano barattare la salute di milioni di calabresi in cambio di favori. Nella nostra regione non esiste uno stato di diritto consolidato. Sono gli esponenti del malaffare e della malapolitica a rendere vani i sogni di sviluppo della nostra terra. I finanziamenti arrivano in Calabria ma qualcuno li divora, li spreca e li dirotta. “Dalla Calabria al centro dell’inferno” di Pino Arlacchi ne disegna il quadro allucinante e purtroppo realistico. La corruzione mafiosa è la morte della democrazia e della possibilità di sviluppo… e il suo colore è il nero».

Riprendiamo il dialogo sulla professione medica e sul futuro della sanità calabrese con Leandro Mallamaci, medico pediatra e consulente tecnico d’ufficio del tribunale di Paola.

Ritiene che in conseguenza dell’incapacità gestionale, da lei denunciata negli interventi precedenti, si arriverà ad un crollo della fiducia nei medici?

Leandro Mallamaci

«La situazione che stiamo vivendo potrebbe essere come un’onda violenta che si propaga all’infinito, ferendo la parte che, in verità, andrebbe protetta: il paziente.
L’utente potrebbe perdere la fiducia nella struttura pubblica, e richiedere maggiori controlli, accertamenti e cure ospedaliere, spesso prescindendo dalla loro stretta necessità in termini clinici.
La classe medica, a sua volta, si vedrebbe costretta ad accoglierne le richieste pressanti, sia per motivi di coscienza professionale che per cautelarsi dal continuo ed immotivato ricorso alla giustizia in caso di diniego.
Facendo ricorso ad esami clinici e strumentali, spesso inutili e costosi, già si registrano, con evidenza, notevoli aumenti della spesa sanitaria nella fase di accertamento diagnostico. A ciò va aggiunta l’ulteriore spesa per il momento terapeutico che, già isolatamente, rappresenta dei costi quasi insostenibili. Continuando a percorrere questa strada, si giungerebbe, ineluttabilmente, al crollo del sistema sanitario pubblico».

Perché, secondo lei, le notizie della cosiddetta “malasanità” trovano sistematicamente spazio sui giornali e nelle televisioni?

«Apparentemente si potrebbe supporre che l’opinione pubblica abbia un interesse particolare verso questo tipo di notizia per la curiosità di conoscere i retroscena di situazioni riportate come “scandalose” e socialmente non tollerabili. Si aggiunga che esiste ancora una forma di “accanimento” verso la classe medica, alla quale non viene concesso alcun margine di errore. La realtà potrebbe essere ben altra. Molte volte i mass media hanno la tendenza ad evidenziare i casi di presunta malpractice, trascurando di chiarire la reale portata dell’ assistenza sanitaria effettuata con efficacia in tutto il territorio nazionale anche in condizioni di disagio strutturale e carenza di organico. Vorrei sottolineare che “talora” i mass media rappresentano l’espressione di soggetti privati, caste, poteri forti che, nel nostro paese, supportano le strutture private con ingenti finanziamenti, depotenziando, in tal modo, il sistema pubblico».

Dunque quali sono le sue conclusioni a proposito?

«Partendo dal presupposto che il sistema sanitario italiano è tra i più efficienti del mondo e che la sanità pubblica nel nostro Paese è gratuita e gestita da una classe medica fra le più preparate dell’Occidente, sarebbe opportuno, da parte dei media, sottolineare tali e determinanti aspetti anzichè alimentare la sfiducia nelle Istituzioni Sanitarie Pubbliche con notizie allarmanti ed eccessivamente pessimistiche».

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