Malpractice medica. Ne abbiamo parlato col dottor Leandro Mallamaci, pediatra e consulente tecnico del Tribunale di Paola.
Secondo lei si può fare qualcosa per arginare il fenomeno del contenzioso medico-legale?
«Per i medici non è certo facile ostacolare interessi professionali concorrenti o contrastanti, rappresentati nella peggiore accezione da studi legali che nel mondo anglosassone operano in sedi addirittura adiacenti al pronto soccorso. Rientra però nelle loro competenze il miglioramento della capacità di comunicare, elemento determinante nei rapporti con il paziente, con i mass media e con l’opinione pubblica. Gli ordini dei medici e le società scientifiche dovrebbero prendere delle iniziative culturali per contribuire a ristabilire il rapporto fiduciario medico-cittadino su basi nuove di trasparenza e condivisione di scelte e obiettivi terapeutici».
Come definisce la medicina moderna?
«La medicina non è una scienza esatta, pur essendo rigorosamente fondata su presupposti scientifici. I calcoli di una struttura in cemento armato risulteranno costanti, a parità di dati prefissati, indipendentemente dal tecnico che li avrà eseguiti. Altrettanto non può essere affermato nei confronti di una realtà a volte oscura (la malattia) che viene affrontata, di volta in volta, nella sua proiezione variabile (l’individuo affetto). Questo ampio margine di soggettività e la peculiarità del rapporto medico-paziente hanno costituito il punto di partenza per l’incremento di conflittualità in sede penale e civile per i casi di malpractice».
Come è cambiato il rapporto medico-paziente?
«La medicina attuale ha in parte perduto la caratteristica ippocratica del presupposto di beneficenza, per diventare sempre più medicina relazionale. Il dialogo con il paziente costituisce l’elemento centrale dell’opera medica. La prestazione medica è ormai quasi sempre considerata obbligazione contrattuale, ovunque sia resa, sia nel pubblico che nel privato, e si è manifestata la tendenza della giurisprudenza a pretendere l’obbligatorietà di risultato prescindendo dai limiti delle conoscenze e dei mezzi, sia in campo diagnostico che terapeutico».
Perché aumenta il contenzioso?
«I progressi della medicina soprattutto di quella preventiva, hanno spostato l’attenzione dall’individuo malato al sano, la cui aspettativa non è più quindi solo la salute, ma una migliore qualità di vita. La crescita delle possibilità diagnostiche e terapeutiche, è stata rapida e costante: molte malattie sono quasi scomparse o ne è stata ridimensionata la rilevanza sociale. I successi della medicina hanno portato a nuove aspettative nei confronti della salute e ad una diversa percezione della malattia. Questa, infatti è un evento spesso vissuto come drammatico nella vita psicologica, familiare e sociale di una persona, e obbliga tutti ad un difficile confronto con gli aspetti più dolorosi dell’esistenza, come la sofferenza, il dolore fisico, l’invalidità, la perdita e la morte. È vero che al medico è stato dato il compito di assistere la nascita e la morte di una vita umana, ma ritengo che lo scopo dell’organizzazione sanitaria non possa essere una onnipotente e narcisistica pretesa di sconfitta della morte».



