Ieri la visita del ministro brasiliano Vannuchi per il prelievo del Dna materno
SAN LUCIDO. Svegliarsi la mattina sapendo che verrà un uomo a portarti via qualcosa, ma non per togliere, anzi. Forse per restituirti tutto. Per ridarti la parte tua più profonda. Un figlio.
Con questo pensiero deve aver aperto i suoi grandi occhi chiari sul 14 marzo quella donna piccola, minuscola ma forte che è Elena Gibertini, madre di Libero Castiglia.
Desaparecido in Brasile più di trent’anni fa, suo figlio forse le verrà restituito. Dopo troppi anni e non come una madre vorrebbe veder tornare il suo ragazzo.

Ma ancora una volta, da mamma, gli darà vita, in un certo senso, e un nome, tramite una parte di sè. Gli archetti d’unghia delle sue dita sottili e lunghe, tre gocce del suo sangue e della sua saliva: conservati in piccoli sacchetti trasparenti, gireranno mezzo mondo.
Alla fine però arriveranno in Brasile. Lì, dove forse sono i resti del suo Libero. E ci arriveranno nella ventiquattr’ore di un uomo che è venuto apposta per acquisire le tracce del suo dna e poi compararlo con quello di un ragazzo torturato e ucciso, molti anni fa, dalla dittatura brasiliana.
Potrebbe essere lui, ma solo gli esami del dna daranno finalmente una risposta chiara.
Quell’uomo con la ventiquattr’ore è il ministro della Segreteria speciale per i diritti umani del governo brasiliano di Lula, Paulo De Tarso Vannuchi. E’ atterrato a Lamezia Terme nella serata del 13 marzo e ha messo piede a San Lucido il giorno dopo, di buon mattino, accompagnato dal segretario dell’Ambasciata brasiliana in Italia, Hilton Catanzaro Guimarães.
Un politico importante per uno scopo importante: restituire alle famiglie le spoglie dei figli, dei fratelli, dei padri sulle quali genitori, sorelle e figli non hanno potuto piangere per decenni.
Un uomo importante dai modi quotidiani. Si siede al tavolo da pranzo con quella donna minuta che lo guarda senza parlare, sapendo che da lui forse riavrà suo figlio, e che, salutandolo, lo bacia. E gli ripete grazie.
Il ministro l’abbraccia forte, come Wanda, Antonio, Lara e tutti i familiari di Libero grazie ai quali si è giunti all’importante risultato.
“Il governo brasiliano ha un debito con 150 famiglie alle quali devono essere restituiti i loro cari – afferma Vannuchi appena incontra la signora Elena. Quello che suo figlio ha fatto appartiene un po’ anche a me. Per cinque anni anch’io sono stato prigioniero e ammiro suo figlio che ha lottato in terra straniera per la giustizia e la libertà”.
Lei lo ascolta in silenzio, commossa; poi pronuncia soltanto: “Mio figlio mi disse: mamma, devo lottare per questo mondo bellissimo ma molto povero. Gli risposi: fa’ quello che vuoi”.
La stessa forza nel patire un dolore infinitamente più lieve, quando l’ago del prelievo le buca la pelle. Uno sguardo alle vecchie foto appese, gli omaggi, i saluti.
Poi il ministro riparte, verso l’aeroporto. Lo stesso da dove un giorno, forse, Libero tornerà.
In foto: la prima in alto ritrae Libero Castiglia; subito in basso, l’incontro tra il ministro per i diritti umani del governo Lula ed Elena Gibertini, madre di Libero Castiglia, e la sorella di quest’ultimo, Wanda Castiglia; la terza foto ritrae il segretario dell’Ambasciata brasiliana in Italia, Hilton Catanzaro Guimarães, al momento del suo arrivo a San Lucido; infine un momento della visita a casa Castiglia: da sinistra a destra, Antonio Perrotta, marito di Wanda Castiglia; Lara Perrotta, loro figlia; il ministro Paulo Vannuchi; di spalle, Elena Gibertini.
Ripropongo ai lettori un mio articolo su Libero Castiglia pubblicato agli inizi del gennaio 2004 sul quotidiano La provincia cosentina. Contiene in dettaglio la storia del sanlucidano desaparecido.
Il circolo di San Lucido del Partito di Rifondazione Comunista è intitolato a “Joca”. Così era chiamato Libero Giancarlo Castiglia, nato a San Lucido nel 1944 e ivi vissuto fino all’età di dieci anni, quando emigrò con tutta la sua famiglia in Brasile, stabilendosi nel quartiere Vila Da Penha della capitale. Trovò lavoro a Rio de Janeiro come operaio specializzato.
Una storia molto vicina a quella di molti che, tra Ottocento e Novecento, lasciarono la propria terra, per cercare nel continente americano una vita nuova. Quella di Libero Castiglia, però, non è una storia a lieto fine, di quelle con l’ultima scena in una villetta nel quartiere “in” della città, con un cane scodinzolante e bambini per casa.
Anzi, a pensarci bene, la storia di Libero non ha mai avuto veramente una fine.
La sua, é la storia di un “desaparecido”, di un uomo scomparso senza lasciare traccia come, nel suo caso, gli altri 67 che, come lui, furono ammazzati perché dissidenti verso la dittatura militare del generale Lacerdo in Brasile.
Libero era comunista. Fu intorno al 1967 che si avvicinò all’azione politica del PcdB, Partito Comunista del Brasile, che, naturalmente, in un’epoca di dittatura militare, era dichiarato fuorilegge.
Libero aderì in pieno alle rivendicazioni sociali e politiche del Partito, ricoprendo da subito un ruolo di responsabilità all’interno del direttivo. Insieme coi vertici del Partito, Elza Monerat e Mauricio Grabois, si occupò del settore Sicurezza, per poi venir incaricato di organizzare la guerriglia nella regione di Marabà in Araguaia.
E’ qui che si verificò un giorno un’imponente azione militare chiamata “Operazione Pulizia” da parte dell’Esercito brasiliano, teso ad eliminare tutti i dissidenti, che, in quella zona, pare fossero un numero di 68. Tutti morti.
Della strage, non si sa nulla, se non il perché sia avvenuta. Nessuno dei corpi è stato mai ritrovato, nessuno mai identificato: tutti dichiarati “desaparecidos”. Spariti.
Ma come può una famiglia rassegnarsi a non avere, dei propri defunti, nemmeno ossa, ceneri, su cui piangere? E quando si tratta di esseri umani scomparsi nel nulla, come foglie nel vento, è ancor più difficile farsi ragione di una morte.
Alle famiglie dei 68 scomparsi è rimasta solo una data, del tutto convenzionale, fissata dall’odierno governo brasiliano, a cui far risalire i 68 decessi: il 25 dicembre 1973. Non è stato tuttavia specificato un luogo di morte, di seppellimento del corpo, o delle cause.
Le stesse famiglie sono state indennizzate, in quanto colpite da quella che è stata riconosciuta come una feroce azione terroristica. Poca cosa se, fino ad oggi, nulla era stato fatto per riuscire a trovare i resti delle vittime, e, perdipiù, i colpevoli continuavano tranquillamente a ricoprire importanti ruoli all’interno dello stesso organismo governativo.
Se dal Ministero degli Affari Esteri era partita, su apposita istanza, una comunicazione al Consolato Generale d’Italia in Brasile, senza ottenere da quest’ultimo nessuna risposta, è la battaglia sociale apertasi in Brasile sulla questione che ha agitato le acque tanto da incaricare una Commissione per i Diritti Umani della Camera dei Deputati in Brasile di scoprire che fine abbiano fatto i corpi delle vittime della Guerriglia dell’Araguaia.
Insieme con Socorro Gomes del Partito Comunista brasiliano, José Eduardo Reis, capo del Laboratorio Antropologia Forense dell’Istituto di Medicina Legale di Brasilia, un’équipe di geologi specializzati ed alcuni familiari delle vittime, il deputato Luiz Eduardo Greenhalgh, che coordina i lavori della Commissione, si è recato più volte in Araguaia alla ricerca dei resti.
L’operazione è stata resa possibile soprattutto grazie alla testimonianza di Pedro Correa Cabral, ex colonnello dell’Esercito, pilota d’elicottero durante l’Operazione Pulizia.
Un’importante conquista per la famiglia Castiglia, quasi quanto quella di aver potuto lanciare un appello direttamente al presidente Lula e lasciare un campione di sangue affinché i dati genetici possano consentire l’identificazione, in caso resti umani venissero ritrovati.
Per farlo, il fratello di Libero, Antonio, dall’Australia ha raggiunto il Brasile, nella convinzione che “solo il governo di Lula può riscattare questa storia”.
Sulla figura di Libero, il militante comunista clandestino amante della letteratura, della musica classica, dei libri di scienza politica, che viaggiò per il mondo, arrivando fino in Cina per addestrarsi alla guerriglia, Myriam Luiz Alves, giornalista e consulente della Commissione per i Diritti Umani, sta scrivendo un libro che ne vuol essere la biografia.

Il reportage fotografico della visita del Ministro Vannuchi alla famiglia Castiglia, a cura dell’amico e collega giornalista Angelo Pagliaro di Paola (CS).
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