San Lucido

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Con sentenza del 21 maggio scorso, depositata giorno 27, il Tribunale di Paola in composizione collegiale – presidente dott. Giovanni Spinosa e componenti dott. Paolo Scognamiglio e dott.ssa Maria Luisa Arienzo – ha condannato il sanlucidano Eulalio Cinelli, 30 anni, a cinque anni di reclusione e 2500,00 euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.

Questa la vicenda esposta in sentenza, vicenda che verte intorno a due automobili, che «per comodità espositiva, prendendo spunto dal colore indicato nella scheda tecnica, saranno chiamate BMW 320 D di colore nero e BMW 320 D di colore bianco». I carabinieri della stazione di San Lucido avevano notato Cinelli «circolare a bordo di una BMW 220 D di colore bianco. Il 25 marzo 2005 sequestrarono la BMW 320 D di colore bianco con alla guida Chilelli Pino, figlio di Ottavio, che l’aveva acquistata da Cinelli Eulalio. L’auto era targata CT009FG: tale numero, dopo lo smarrimento della targa anteriore denunciato dal Cinelli, identifica, secondo la scheda tecnica della BMW, la BMW 320 D di colore nero». Si legge in sentenza che «il libretto di circolazione dell’autovettura BMW 320 D di colore nero (identificabile attraverso il numero di telaio) documenta come tale autovettura abbia avuto come primo intestatario Di Pietrogiacomo Riccardo; sono poi annotati due trasferimenti di proprietà a favore di Cinelli Eulalio e, successivamente, a favore di Chilelli Ottavio» e che «la documentazione originariamente abbinata all’autovettura del Di Pietrogiacomo (la BMW D nera, bruciata il 21 marzo 2003) e riformata dopo la reimmatricolazione conseguente allo smarrimento della targa, era, nel momento del sequestro, abbinata ad un’altra autovettura».

I militari esaminarono quindi la vettura bianca. Si legge in sentenza: «Nell’auto sequestrata a Chilelli e già di proprietà del Cinelli sono stati trovati i numeri del motore e del cambio abbinati all’autovettura rubata allo Spizzirri», un uomo di Montalto Uffugo. «Alla luce della identità del numero del motore, del cambio, del tipo di autovettura e di colore, l’auto cui sono stati abbinati i documenti della BMW D nera è l’auto BMW 320 D bianca sottratta allo Spizzirri il 15 settembre 2004». In sintesi Cinelli viene condannato «per aver falsamente denunciato lo smarrimento della targa dell’autovettura BMW 320 targata BP 408 NH, rubata in data 15.09.04 in Montalto a Spizzirri Mario», «ottenendo in tal modo la nuova immatricolazione dell’autovettura, utilizzando il motore e la carrozzeria dell’autovettura dello Spizzirri e la documentazione inerente la carcassa dell’autovettura bruciata vendutagli dal Di Pietrogiacomo Riccardo, al fine di ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del veicolo».

Il Tribunale ha ritenuto che la documentazione acquisita, «confortata dal supporto testimoniale dei militari operanti, permetta una puntuale e lineare ricostruzione dei fatti solo apparentemente complessi». Ma gli avvocati difensori di Cinelli, che avevano obiettato tra le altre cose «la mancata esecuzione di un accertamento tecnico volto ad evidenziare i numeri originariamente stampigliati sul telaio» e chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste, ricorreranno in Corte d’Appello.

» Qui la notizia, gli approfondimenti, le fotografie.

Gli inquirenti contano di rintracciare nella vita privata di Mihaela Mahu, la donna di 28 anni rimasta gravemente ustionata a causa dell’incendio appiccato alla porta della sua abitazione nella notte tra il 13 e il 14 giugno scorsi a San Lucido, una traccia che possa condurre fino al movente che ha spinto persone ancora ignote a compiere il gesto. I carabinieri della stazione locale, ai comandi di Antonio Cangeri, coordinati dal pm Francesco Greco della Procura della Repubblica di Paola, nella settimana in corso potrebbero dunque cercare una prima pista d’indagine nell’analisi dei tabulati relativi all’utenza cellulare della donna. Attraverso la mappatura dei suoi contatti telefonici gli inquirenti potrebbero ricostruire le relazioni personali della ragazza e cercare di capire chi possa serbare astio nei suoi confronti o verso il marito, Daniel Mahu, di 33 anni.

I due, entrambi di origine rumena, coniugati, vivono insieme in un monolocale del centro storico di San Lucido, dove lavorano. Lei è inserviente presso un ristorante locale, lui fa il manovale per una ditta edile. mihaela mahuGli esecutori del fatto hanno dato alle fiamme nottetempo proprio il portone di legno del loro appartamento, una volta cosparso di benzina. I coniugi, che a quell’ora dormivano, accortisi del fumo si sono precipitati fuori casa. L’uomo ha riportato lievi ustioni, mentre la donna, nell’attraversare l’uscio, è stata avvolta dalle fiamme, le quali hanno intaccata la coperta che la ragazza si era messa addosso per cercare protezione dal fuoco. Il tessuto della coperta si è incendiato, causandole gravi ustioni.

Per una serie di circostanze fortunose, Mihaela Mahu, urlando, è riuscita a richiamare l’attenzione di alcuni giovani del paese, che si trovavano nelle vicinanze. Sono loro che, coraggiosamente, hanno provveduto con un estintore a spegnere il fuoco che avvolgeva la donna e le fiamme che intanto divoravano il portone della sua casa con secchi d’acqua. Mihaela tuttavia era già ferite gravemente all’arrivo dell’ambulanza, tanto da richiederne l’immediato trasferimento in elisoccorso dall’ospedale San Francesco di Paola, dov’è stata trasportata in un primo momento, al Centro grandi ustionati di Brindisi, presso il quale si trova ricoverata in condizioni gravi ma stazionarie.

Nella cittadina sanlucidana, oltre ad un sentimento di indignazione per l’accaduto, c’è forte la speranza che la ragazza possa presto riprendersi. Il sindaco Antonio Staffa ha formulato gli auguri di pronta guarigione da parte dell’amministrazione comunale e attende l’esito delle indagini degli inquirenti. Indagini che da subito, come dicevamo, hanno imboccato la pista passionale, concentrandosi sulla vita privata della donna. Infatti i carabinieri della Compagnia di Paola, subito dopo il fatto, hanno sentito alcune persone che conoscono la donna e intendono verificare se questa avesse un legame sentimentale con un uomo sposato.

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LA NOTIZIA

L’incendio appiccato nella notte tra il 13 e il 14 giugno al portone di un’abitazione a San Lucido è la causa delle gravi ustioni riportate da Mihaela Petronela, 28 anni, che si trova ora ricoverata in prognosi riservata presso il Centro grandi ustionati di Brindisi. La donna, inserviente in un ristorante, abita in un monolocale del centro storico con il marito, Daniel Muhu, 33 anni, manovale presso una ditta edile del luogo. Rumeni entrambi, risiedono e lavorano a San Lucido da due anni.

Le gravi ustioni riportate dalla donna sono dovute al suo tentativo di uscire dall’appartamento una volta accortasi che andava a fuoco il portone in legno. miheala mahu incendio san lucido porta casa donnaProprio passando attraverso l’uscio, dopo che il marito aveva già lasciato il monolocale riportando lievi ustioni, Mihaela è stata avvolta dalle fiamme che hanno intaccata la coperta con la quale aveva pensato di proteggersi dal fuoco. Invece il tessuto si è incendiato, e in un attimo il fuoco l’ha avvolta completamente.

Le sue urla hanno richiamato l’attenzione di alcuni giovani del posto che, con un estintore e dell’acqua, sono riusciti a spegnere le fiamme e a salvarla da più gravi ustioni. Nello stesso tempo sono state allertate le forze dell’ordine e i pompieri e sono partite le chiamate al 118. Sul posto sono giunti i carabinieri di San Lucido e di Paola, oltre ai vigili del fuoco. L’ambulanza ha trasportato la donna presso il vicino ospedale San Francesco di Paola, per poi essere trasferita in elisoccorso, a causa delle gravi ferite riportate, al Centro grandi ustionati di Brindisi, dove si trova in prognosi riservata.

Gli inquirenti, in base a tale ricostruzione dei fatti, addebitano ai responsabili il reato di danneggiamento a mezzo incendio ed, escludendo moventi razzisti, legano piuttosto l’accaduto a motivi passionali. I carabinieri della Compagnia di Paola hanno sentito alcune persone che conoscono Mihaela e intendono verificare se avesse un legame sentimentale con un uomo sposato. Le indagini sono affidate ai carabinieri di San Lucido, ai comandi di Antonio Cangeri, e coordinate da Francesco Greco della Procura della Repubblica di Paola. Il sindaco della cittadina, Antonio Staffa, augurando alla donna una pronta guarigione, ha fermamente condannato l’accaduto.

L’APPROFONDIMENTO

Sono le due di notte circa. Sull’uscio di una casa del centro storico di San Lucido, qualcuno sparge benzina sul portone in legno dell’abitazione, poi gli dà fuoco. È l’ingresso del monolocale dei coniugi Daniel e Mihaela Mahu, che a quest’ora dormono. Lasciato il loro paese d’origine, la Romania, due anni fa sono arrivati a San Lucido, dove risiedono e lavorano regolarmente. Daniel ha 33 anni e fa il manovale; Mihaela ne ha 28 ed è inserviente in un ristorante. È lei, che da poco è rientrata a casa, a svegliarsi per l’acre odore di fumo. Si accorge che la porta brucia rapidamente. Il marito lascia il monolocale per primo. La donna, per proteggersi dalle fiamme, si mette addosso una coperta. Ma, uscendo, il fuoco intacca subito il tessuto e, in un attimo, l’avvolge. Mihaela chiama aiuto, ma in piena notte è difficile che qualcuno possa sentire, nonostante qui, nel centro storico, le case siano addossate l’una all’altra. Terrorizzata, grida con tutta la forza che ha in corpo per richiamare l’attenzione.

Alessia fa la fioraia e stanotte deve lavorare: bisogna infatti che ogni cosa sia pronta in tempo per il matrimonio dell’indomani mattina. Ma sono quasi le due e sua madre, ch’è con lei, propone di andare a dormire: dopotutto non rimane molto da fare. Alessia però insiste per restare in negozio altri cinque minuti. All’improvviso delle grida, ma non fa molto caso: saranno i soliti rumori dalla piazza vicina. Però quelle che sente sembrano essere urla di donna e di dolore. Si accosta ad una piccola finestra sul retro del negozio che dà sui vicoli del centro storico: è come se qualcosa stesse bruciando. Quindi corre a vedere cosa succede e trova alcuni ragazzi, allertati come lei dalle urla. Sono quelle di Mihaela avvolta dalle fiamme. Alessia torna in negozio e prende l’estintore. È uno di quei ragazzi ad usarlo per spegnere il fuoco che strazia la ragazza, salvandole la vita.

Mentre partono le telefonate di allarme, si riempiono secchi d’acqua per domare l’incendio. Mihaela sta male. Qualcuno l’avrebbe sentita domandare perché, perché proprio lei, che non ha fatto niente a nessuno. I carabinieri, i pompieri e l’ambulanza arrivano sul posto. Mihaela, trasportata in ambulanza all’ospedale San Francesco di Paola, viene trasferita immediatamente in elisoccorso al Centro grandi ustionati di Brindisi per le gravi bruciature riportate su gran parte del corpo. Il marito invece rimane lievemente ustionato.

Gli inquirenti, in base a questa ricostruzione dei fatti, addebitano ai responsabili il reato di danneggiamento a mezzo incendio ed, escludendo moventi razzisti, legano piuttosto l’accaduto a motivi passionali. Secondo le agenzie battute nella giornata di ieri, i carabinieri della Compagnia di Paola hanno sentito alcune persone che conoscono la donna e intendono verificare se la giovane avesse un legame sentimentale con un uomo sposato.

Le indagini sono affidate ai carabinieri di San Lucido, ai comandi di Antonio Cangeri, e coordinate da Francesco Greco della Procura della Repubblica di Paola.

La cittadina è sotto shock e mostra tra l’altro una certa «indignazione» perché la zona dell’accaduto, con le coperte, il sangue e i capelli della donna, non è stata posta sotto sequestro.

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Da parte sua, l’amministrazione comunale, augurando alla donna «una pronta guarigione», fermamente «condanna l’accaduto e attende i risultati delle indagini – ha dichiarato il sindaco Antonio Staffa – per poi decidere come intervenire».

(ANSA) – COSENZA, 14 GIU – Una romena e’ in prognosi riservata dopo essere rimasta ustionata dalle fiamme appiccate da ignoti alla porta della sua casa. E’ successo la notte scorsa a San Lucido, nel Cosentino. Secondo le prime indagini dei CC e’ da escludere la matrice xenofoba del gesto. Gli investigatori stanno invece indagando sulla vita privata della donna che e’ stata avvolta dalle fiamme. La 28enne, per la gravita’ delle sue condizioni, e’ al centro grandi ustionati di Brindisi, in prognosi riservata.

Stavolta hanno demolito una fontanella del lungomare. Loro, i soliti ignoti, i cosiddetti “vandali”. Quelli che con una mano imbrattano e con l’altra distruggono. Solo dieci giorni fa avevano lasciato sgradita traccia del loro passaggio sulla Silica, l’antica scalinata che dal centro di San Lucido conduce fino al mare, disegnando con la vernice spray simboli fascisti e nazisti sul pavimento appena ristrutturato. Trascorso qualche tempo, hanno quindi fatto visita al lungomare cittadino.

Probabilmente approfittando della scarsa illuminazione di cui è dotata la zona, se la sono presa con una delle tre fontanelle in pietra collocate lungo la strada, quella più a sud. Distrutta, ridotta in mille pezzi, forse con una spranga o con un martello. Di entrambe le vasche che da anni ne disegnavano il profilo oggi non rimane che il fondo. Con somma soddisfazione, s’immagina, per quanti dovrebbero trovare occupazioni meno distruttive del patrimonio pubblico. Ma il lungomare è zona tutt’altro che immune da simili disastri.

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[si ringrazia Pietro Serpa per queste foto]

Un destino analogo a quello della fontana tocca puntualmente alle panchine, anch’esse in pietra. Sollevate con disumano sforzo, visto il peso consistente, divelte, spaccate e seminate lungo i marciapiedi o giù sulla spiaggia. Questa dunque l’amara sorte riservata alle panchine del lungomare, i cosiddetti “savoiardi”. Non sono le sole.

Per esempio, molte panchine della villa comunale, che rappresenta un po’ il catalogo dei vandalismi possibili, nel pieno centro del paese, non sono integre. Prive di schienale, i loro pezzi si trovano sparsi in giro: alcuni giacciono sul fondo della fontana grande, donando un che di archeologico all’ambiente acquatico, altri si possono tuttora ammirare accanto alle panchine rotte. A pochi metri, l’altalena per i bambini resa inutilizzabile perché i sedili non esistono più, e la fontana bianca, sporcata dal nero della solita vernice spray.

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È stata rimandata al 13 ottobre l’udienza che si sarebbe dovuta tenere ieri davanti al giudice per le indagini preliminari in merito al caso delle “gomme d’oro”. Il gip si pronuncerà dunque fra qualche mese sul rinvio a giudizio o il proscioglimento dell’imputato Santo Garofalo, architetto e attuale dirigente dell’area urbanistica dell’ufficio tecnico comunale di San Lucido e all’epoca dei fatti responsabile del settore. Garofalo è difeso dall’avvocato Francesco Scrivano del foro di Paola.

La fissazione dell’udienza, lo ricordiamo, aveva fatto seguito alla richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero Domenico Fiordalisi presso lo stesso Tribunale di Paola, con la quale il 26 febbraio scorso si era riaperto il caso delle “gomme d’oro”. Il pm contesta a Garofalo il reato di abuso d’ufficio «per aver emesso le sei richieste di preventivo dal n. 12413 al n. 12418 del 21 novembre 2002 per la fornitura di pneumatici occorrenti allo scuolabus e all’autocarro comunale e per aver emesso la determinazione n. 382 del 26 novembre 2002 relativa all’impegno di spesa corrispondente, in violazione agli artt. 6,7 e 14 del titolo IV del Regolamento comunale per le forniture ed i servizi da eseguirsi in economia, per favorire la ditta Dalmazio De Virgilio di San Lucido, procurandole un vantaggio economico consistente nell’aggiudicazione della fornitura dei pneumatici dello scuolabus del comune di San Lucido ad un prezzo maggiore del 33,80% rispetto a quello offerto dalla ditta Eurogomme di Giuseppe Cavaliere. In particolare l’art. 6 del Regolamento prevedeva che per l’individuazione delle migliori offerte poteva seguirsi sia il sistema del prezzo più basso sia quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa».

Invece «l’arch. Garofalo non fissava i criteri di preferenza con idoneo punteggio nelle richieste di preventivo; non seguiva il sistema del prezzo più basso; non indicava le caratteristiche tecniche equivalenti in relazione alle altre marche»; inoltre «di fatto la previsione di più marche di pneumatici nelle richieste di preventivo veniva collegata ad una valutazione a posteriori, da svolgersi con criteri sconosciuti». «Grazie a dette violazioni di legge – concludeva la richiesta di rinvio a giudizio di febbraio – e con immotivato ed irrazionale provvedimento di determina, la gara veniva aggiudicata alla ditta Dalmazio De Virgilio invece che alla ditta Eurogomme di Giuseppe Cavaliere, la quale avrebbe determinato per l’amministrazione un vantaggio di 110,40 euro ovvero un risparmio del 33,80 percento».

Dunque, in relazione a tale richiesta di rinvio a giudizio per Santo Garofalo, il giudice per le indagini preliminari aveva fissato l’udienza per il 5 giugno, rimandata ieri al 13 ottobre. Sul tavolo del magistrato sarebbe finito anche un documento recante la firma di Garofalo reso pubblico a fine marzo, che ricordava l’archiviazione del caso nel 2005 prima della riapertura dello stesso nel 2008, e aggiungeva che «a fronte di una spesa di 600,00 euro necessaria per la fornitura dei pneumatici per lo scuolabus, la pubblica amministrazione per i capricci del signor Cavaliere Giuseppe ha speso ad oggi circa 9mila euro per avvocati. Con detta somma la pubblica amministrazione avrebbe potuto comprare un camion di gomme».

Nota: questo articolo è la versione integrale di quello pubblicato lo stesso giorno da Calabria Ora.

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«Ogni gradino è il sududore di un uomo»: insieme con l’inciviltà di cui è indubbiamente portatore, l’ermetico verso che da due giorni campeggia su via Silica a San Lucido ci regala una sillaba più del dovuto, rivelando inediti legami con la migliore tradizione letteraria. Scritto in nero con la vernice spray, il leggiadro verso viene incontro a quanti percorrono l’antica scalinata del paese. Ma non è il solo: come tutti i versi, anche questo è accompagnato. Altri, non meno aggraziati, deliziano i passanti: «sporchi comunisti», «dux», «ss», un (per noi illetterati) oscuro riferimento a «Vigna Clara» ed un «93».

Ma il poeta non dimentica gli amanti dell’immagine: per loro c’è lo schizzo di un fascio littorio (venuto ahinoi male) e un altro disegno (uscito disgraziatamente peggio). Quest’ultimo dovrebbe rappresentare la morte, con la falce impietosa in mano, ma ardua è per noi l’interpretazione. Inoltre: una croce celtica, una svastica e altri simboli. Si potrebbe dire, con una variazione sul verso, che ogni gradino è l’indecenza di un uomo.

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Triste scenario in via Silica. Basterebbe la scarsa dimestichezza con le arti grafiche dimostrata per consigliare all’autore di esercitarsi nel disegno in privato e rendere partecipi dei propri capolavori pochi eletti; tuttavia simili episodi costringono a riaprire il manuale del buon cittadino e parlare ancora una volta di rispetto degli spazi pubblici. Perché, nonostante i riferimenti politici, l’opera d’arte pare avere più che altro carattere vandalico. E non è un dato insolito: San Lucido presenta scritte simili un po’ ovunque. Lo stesso municipio cittadino è macchiato dallo spray fin dove arriva la mano dell’uomo.

Tocca rammentare a quanti ne fanno (ab)uso privato che si tratta di luoghi che appartengono a tutti e che a nessuno è concesso deturpare. La via Silica, in particolare, è uno degli angoli cittadini più belli. Larghi gradoni conducono dalla zona alta del paese alla marina, offrendo agli occhi lo scorcio luminoso del litorale.

Consumata e rosicchiata dal tempo, resa inaccessibile da una frana nel 2003, recentemente la Silica è stata per buona parte ristrutturata. La giunta uscente affidò un anno fa i lavori su appalto alla ditta cosentina Nicola Clausi, con una spesa di 43mila euro. L’intervento non è ancora giunto a conclusione: bisogna infatti completare la pavimentazione e ripristinare l’impianto elettrico. Obiettivo finale: restituire a sanlucidani e turisti la possibilità di recarsi al mare a piedi, evitando il traffico e l’afa delle strade asfaltate, e godersi intanto lo spettacolo di una via di rara bellezza.

La Silica oggi è ricoperta di mattonelle bianche come il latte, che immacolate dovrebbero rimanere. Se non per senso civico, almeno perché la vernice spray, converranno gli artisti, dopotutto non è chic.

GUARDA IL VIDEO DELLA SILICA PRIMA DEI LAVORI

Sono state celebrate ieri pomeriggio, nella chiesa parrocchiale San Giovanni Battista, le esequie di Francesco Carnevale. L’uomo, sessant’anni, aveva perso la vita tragicamente il 19 maggio scorso a San Lucido. Come ha chiarito l’autopsia effettuata il 22 maggio presso l’ospedale di Cetraro, la morte è avvenuta a causa di un gravissimo trauma cranico, procurato dall’impatto violento del capo con una pietra, impatto dovuto alla caduta dell’uomo dall’escavatore a bordo del quale stava effettuando alcuni lavori per conto della ditta edile Ridenti.
funerale francesco carnevale

Francesco Carnevale, conosciuto come Ciccio, era molto stimato nella cittadina. In tantissimi hanno voluto porgergli l’ultimo saluto partecipando, ieri pomeriggio, alla funzione ed hanno atteso per ore di poter esprimere vicinanza alla famiglia affranta, alla moglie Eva Sotero e ai figli Luigi, Maurizio, Marinella, Sabrina ed Alessandro, anche loro conosciuti e stimati.

I familiari hanno affidato il loro dolore ad una lettera. Una lettera «a Ciccio», «un marito, un padre, un figlio, un fratello, uno zio, un amico fuori dal comune, dalle mille qualità». Per lui parole piene di affetto e di disperazione: «Avevi la dote di farti amare da tutti. Sei stato sempre un uomo disponibile e sicuro di te stesso. Amavi la tua famiglia e il tuo lavoro, e anche se questo ti ha portato via da noi, il tuo amore non lo dimenticheremo mai. Quando si stava con te si provava gioia e non dolore, felicità e non tristezza, serenità e non malinconia. Ricorderemo i momenti in cui tu eri con noi. In questo giorno, che non dimenticheremo mai, possiamo dirti addio con le labbra, ma non con il cuore. Aspettiamo il tempo in cui potremo ricordarti con un sorriso e non con una lacrima. Ti vorremo bene per l’eternità».

E di eternità ha parlato don Franco Spadafora nell’omelia. «Quando arriva l’ora dell’appuntamento con la morte – ha detto il parroco, che ha celebrato le esequie – il Signore viene a prenderci perché il posto che ci ha preparato per la nostra esistenza eterna è pronto per noi. È allora che avviene quel passaggio dalla storia all’eternità, dallo spazio all’infinito». «Ciccio era un uomo affezionato alla famiglia, al dovere, al lavoro, un uomo rispettato, un amico. Tutte qualità che certamente ognuno di noi ricorda».

E se don Spadafora ha parlato della morte sul lavoro come «una tecnica per andare ad occupare il posto che il Signore ha preparato per noi», ha pure invocato «più garanzia, più sicurezza, più certezza. Tutti noi abbiamo il dovere di impegnarci perché i nostri ragazzi, i nostri padri possano andare a lavorare e tornare a casa. Lotteremo sempre e pregheremo per avere sicurezza sul lavoro e sulle strade». La bara di Francesco Carnevale ha lasciato la chiesa ricoperta da tantissime corone di fiori.

(ANSA) – SAN LUCIDO (COSENZA), 19 MAG – Un operaio di 60 anni e’ morto in un incidente sul lavoro avvenuto in un cantiere edile a San Lucido, nel Cosentino.L’uomo era a bordo di un mezzo meccanico che, per cause in corso di accertamento, si e’ ribaltato, schiacciandolo. Sul luogo dell’incidente sono intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini.Gli investigatori stanno accertando la regolarita’ dei lavori e la situazione occupazionale della vittima.

Ignaro di quanto succede in Calabria, a Roma Tony sbriga le solite faccende di lavoro. Non sa che a San Lucido, dove vive, la sua famiglia, preoccupatissima, ha allertato i carabinieri del comando locale che hanno allertato quelli di tutt’Italia per poterlo ritrovare. Tony, che per tutti è scomparso, vive tranquillo nella capitale, preso dalle cose di sempre, tra acquisti e vendite di latticini che commercia da qualche tempo.

È vero che da alcuni giorni non sente la famiglia, ma non se ne preoccupa, preso com’è dal lavoro. E poi ha problemi col cellulare, perciò non telefona a sua madre. L’ultima volta che l’ha sentita era il 9 maggio, quando, appena lasciata Perugia, si era rimesso sulla strada con l’intenzione di tornare a casa. San Lucido era distante poco più di due ore. Poi però un imprevisto di lavoro l’aveva portato a Roma.

Tony trascorre nella capitale gli otto giorni in cui la sua famiglia lo cerca per mari e per monti, dopo averne denunciato la scomparsa all’Arma. Arrivato il giorno di lasciare Roma e tornare in Calabria, il giovane si ferma a prendere un caffé prima di mettersi in viaggio. Incontra un amico che lo mette al corrente di quanto sta accadendo a San Lucido. Tony telefona subito a casa e rassicura la famiglia.

Questo il racconto di Antonio Maiorana, 28 anni tra un mese, la cui scomparsa nei giorni scorsi ha aperto un caso. Al telefono, appena rimesso piede a San Lucido, ci dice: «So di aver suscitato molta preoccupazione e che tanta gente è stata vicina alla mia famiglia. Ringrazio tutti». All’apprensione dei familiari infatti si era aggiunta quella della cittadina intera quando Calabria Ora, il 15 maggio, aveva dato notizia dell’irreperibilità del giovane, che sembrava sparito nel nulla. «Forse mi sono comportato un po’ ingenuamente non chiamando casa – ammette – ma davvero non credevo di suscitare tutto questo».

Tornato a San Lucido nella serata del 17 maggio, Tony ha raggiunto il comando dei carabinieri per le pratiche di rito e riabbracciato i familiari: dopo giorni tanto difficili, sapere che un figlio o un fratello sta bene ha il sapore dolce di un miracolo. «Mi dispiace solo per alcune cose non vere che ho letto su certi giornali – ci dice. Nessun motivo, come dire, “scatenante” o strano dietro tutto questo. Semplicemente un impegno di lavoro sorto all’improvviso mi ha riportato a Roma».

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