San Lucido – La giunta Staffa e i tempi del voto

Ventuno mesi sono trascorsi dall’insediamento dell’amministrazione comunale, avvenuta nella primavera del 2008. Poco meno di due anni: più o meno il tempo di resistenza in carica di una giunta a San Lucido. Ciò considerato, la crisi di maggioranza, in fondo, se l’aspettavano un po’ tutti. E difatti la crisi è arrivata.

I tempi, si diceva. Prendiamo l’ultimo decennio. Nel 1999 s’insedia la giunta di Roberto Pizzuti: cade nel 2001. L’anno successivo Pizzuti ci riprova e vince; stavolta la permanenza in municipio dura un po’ più del solito: fino al 2005. Un record, se si pensa che l’amministrazione subito successiva, guidata da Carlo Borsani, ha circa un anno di vita: insediatasi nel 2006, resiste fino al 2007. Dopo un periodo di commissariamento, nel 2008 si torna alle urne. Vince Antonio Staffa, sindaco in carica e alle prese con una crisi interna che potrebbe condurre dritto alla disfatta. Dopo quasi due anni d’amministrazione. Non è detto che la crisi s’aggravi. Ma se così fosse, lo scioglimento del consiglio comunale rispetterebbe pienamente i tempi classici.

D’altronde, che una giunta rimanga alla guida del comune di San Lucido per un tempo oscillante tra uno e due anni è un fatto talmente noto che il cittadino elettore, appena fuori dal seggio, s’aspetta di tornarci molto presto: «Be’, ci vediamo tra un anno, massimo due», dice.

Ma a cosa è dovuta la scarsa longevità della giunta sanlucidana? Più che alle ipotesi, ci affidiamo alle statistiche. Prendiamo ancora l’ultimo decennio. In tutti i casi elencati (meno uno: si ricorderà il Progetto Ribaltone, che ha portato allo scioglimento del consiglio comunale per annullamento del voto), il fattore che ha determinato la caduta della giunta in carica si chiama sfiducia. Sia nel 2001, sia nel 2005 un numero sufficiente di esponenti di maggioranza ha sfiduciato il sindaco, a braccetto con un’opposizione festante. Una fase, questa, alla quale si giunge non senza fatica: spesso è un lungo e laborioso corteggiamento quello che la minoranza dedica ai rappresentanti di maggioranza meno convinti. I quali, magari per scontentezza o per rabbia o perché attratti dalle lusinghe degli ex avversari, finiscono per compiere il grande salto, sottoscrivendo la sfiducia e causando così lo scioglimento del consiglio. Salvo poi ritrovarsi – come molte volte succede – fuori dai giochi delle alleanze politiche per presunta inaffidabilità.

La sorte del sindaco Staffa sarà identica a quella dei suoi predecessori sfiduciati? Se durante il consiglio comunale di oggi Franco Salerno, Renato Filippo e Franco Nesci dovessero decidere di abbandonare la squadra per spostarsi all’opposizione, il primo cittadino potrebbe contare su otto consiglieri di maggioranza soltanto. Ed otto sarebbero anche i componenti la minoranza. Dunque se uno soltanto dei suoi dovesse passare dall’altra parte della barricata, il sindaco cadrebbe inesorabilmente sotto i colpi della sfiducia. A meno di due anni dal voto, naturalmente.