March 2009

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La Società oftalmologica italiana (Soi) è un’associazione di medici oculisti italiani attiva dal 1879 ed oggi presieduta dal professore Corrado Balacco Gabrieli. Dal 20 al 23 maggio terrà a Roma il suo settimo congresso internazionale, e sarà in quell’occasione che alla sanlucidana Sonia De Francesco verrà consegnato il Premio Mario Gelsomino per il 2009. Ricercatrice presso il Centro di riferimento nazionale per il retinoblastoma presso il Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, Sonia De Francesco si è aggiudicata l’importante riconoscimento per la migliore comunicazione presentata in occasione dell’88esimo Congresso nazionale della Società, tenutosi a Roma nel novembre scorso.

«Sono profondamente lusingata – ha detto il medico nel ringraziare il segretario della Società, Matteo Piovella e l’intero consiglio direttivo. È un premio che arriva all’improvviso a sostenere un lungo lavoro, fatto di passione e di sacrificio, ma nello stesso tempo costante e silenzioso. Grazie infinitamente».

Sonia De Francesco aveva già ottenuto nel gennaio scorso, col suo lavoro di ricerca, un importante risultato per la cura del retinoblastoma, il tumore dell’occhio più diffuso in età pediatrica.

Poco più di cent’anni fa, il terribile terremoto di Messina e Reggio Calabria stese fino a San Lucido i suoi tentacoli di distruzione e ne rase al suolo il castello feudale, quell’imponente palazzo fortificato dal quale almeno quattro volte nel corso dei secoli è passata la Storia. Qui fu proclamata la prima crociata per l’intera Calabria. Da qui partì la marcia contro Manfredi per volontà di papa Clemente IV. Qui fu riconosciuta la congregazione fondata da San Francesco di Paola. E qui nacque Fabrizio Ruffo, colui che avrebbe poi guidato la rivoluzione sanfedista.

Il castello ha visto insomma i suoi aristocratici inquilini toccare tappe fondamentali della storia calabrese e italiana; tuttavia dal 1908 è un luogo senza occhi e senza orecchie. Nulla è più accaduto nelle sue stanze, perché esse, abbandonate dai nobili, si sono aperte a visitatori occasionali tutt’altro che dalle buone intenzioni, i quali di tanto in tanto ne hanno varcate le soglie per depredare il palazzo di beni, magari quadri e suppellettili. Dopo il terremoto, quindi, gli unici ad aver messo piede nel castello sono stati ladri e ladruncoli, ai quali da sempre si aggiungono i curiosi, con la smania di vedere i ruderi da vicino e di verificare se davvero ci sono botole che, come dicono, si aprono non appena ci poggi piede e poi ti fanno fare un volo tremendo, giù fino ai sotterranei.

Pur abbandonato, invaso, saccheggiato e dimenticato, il castello di San Lucido non ha tuttavia perso il suo appeal, continuando ad esercitare il suo fascino tramite i libri che lo ricordano e gli occhi di coloro che, visitando il paese, hanno ammirato le sue rovine alte sul mare. Tramite le mani di chi, come il maestro artigiano Franco Petrungaro, ne ha realizzato una miniatura, e tramite le commemorazioni. Come quella del 1999, quando l’amministrazione comunale volle apporre una targa ai piedi dell’antico ponte in pietra che ricorda almeno uno dei motivi, la nascita del cardinale Fabrizio Ruffo, per i quali il castello feudale costituisce di diritto un luogo d’indiscussa rilevanza storica. Qualche giorno dopo, qualcuno sporcò la targa di spray nero, nel tentativo di cancellare quanto di significativo è avvenuto. Qualcun altro, in seguito, ripulì la targa dalla vernice. E con essa la memoria.

L’entourage dell’attuale amministrazione comunale, guidata da Antonio Staffa, ha oggi un piano per il castello, pensato per ripopolarne le stanze, almeno quelle vagamente recuperabili, e a fare del palazzo un punto d’attrazione turistica e di riferimento per il mondo della cultura. Si tratta di attuare una serie di interventi finalizzati ad assegnare al castello un «ruolo di polarità d’eccellenza del territorio», come si legge nel progetto preliminare stilato dall’architetto Elio Furioso, responsabile del settore lavori pubblici dell’ufficio tecnico comunale.

Gli ambienti del palazzo, una volta ristrutturati, dovrebbero essere destinati ad un utilizzo di tipo culturale, con la creazione di spazi dove tenere manifestazioni e allestire un museo. Tuttavia soltanto una volta completate le operazioni di bonifica e di messa in sicurezza dell’intero edificio verrà definita l’esatta destinazione d’uso dei vari ambienti. Essi saranno resi raggiungibili attraverso percorsi a cui si accederà da tre punti e lungo i quali si apriranno punti panoramici che daranno da una parte sul mare e dall’altra sul centro storico. Infine un sistema di luci valorizzerà gli scorci più suggestivi e renderà nel contempo sicuri gli ambienti.

Gli interventi da effettuare per ottenere il risultato finale sono stati suddivisi, nel progetto, fra tre cantieri, in modo da poter usufruire in tempi brevi di alcuni spazi almeno e restituire prima possibile alla collettività sanlucidana luoghi che «per troppo tempo le sono stati negati».

Il progetto preliminare è stato approvato dalla giunta comunale il 18 marzo scorso con la delibera numero 74. Contestualmente è stata avviata la procedura per gli espropri, per i quali il comune ha stanziato 2mila euro circa.

Immediata la reazione all’atto dell’esecutivo da parte dei consiglieri d’opposizione Roberto Pizzuti e Loredana Pastore del gruppo Direzione San Lucido che, ravvisando alcuni nei nella delibera, la ritengono «illegittima» e ne hanno richiesto formalmente la revoca e l’annullamento immediati. «Non credo che i rilievi tecnici sollevati siano fondati e comunque possono essere sanati – replica il sindaco Staffa – perciò secondo me la questione è politica. La nostra è una scelta programmatica. Forse i consiglieri non ritengono sia giusto acquisire al patrimonio dell’Ente e ristrutturare un castello di quest’importanza».

L’iter comunque è ancora allo start. La realizzazione dei lavori (responsabile del procedimento è Emilio Petrungaro) dipende infatti dalle decisioni della Regione Calabria, che dovrà finanziare l’intervento di «riqualificazione e recupero dell’antica Rocca Nicetina» per 3milioni e 700mila euro (ai quali, come si diceva, si aggiungeranno fondi comunali per 2mila euro circa, finalizzati al risarcimento degli espropri). È una cifra astronomica, senza dubbio; ma è quella che serve per liberare dalle erbacce e dall’incuria un luogo di estremo interesse. Non soltanto per San Lucido, ma per la Calabria intera.

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Un impavido sanlucidano si aggira per il piacentino. Si chiama Serafino Presta, trentuno anni da poco, calabrese. Fa il carabiniere. O meglio: è un carabiniere. Questo mestiere non è solo un’attività, un dovere quotidiano. È un tratto personale, e in quanto tale è impossibile dimenticarsene quando si lascia la caserma perché il proprio turno è finito. Perciò, quand’egli, in piena notte, nota quei due personaggi in atteggiamenti sospetti davanti al metallo grigio di una saracinesca, nonostante il proprio turno si sia concluso, non può far finta di nulla. Si ferma a controllare che tutto sia a posto e poi si lancia senza paura in un pericoloso, rocambolesco inseguimento. Vale la pena di raccontarla, questa storia.

Siamo a Monticelli d’Ongina, in provincia di Piacenza. È qui che Serafino Presta svolge servizio. È la notte tra il 29 e il 30 gennaio scorsi. Alle 24 scatta per il carabiniere il meritato riposo. Saluta tutti e, stanco, fa per tornarsene a casa. Si mette in macchina e percorre un centinaio di metri.

In quello stesso frangente, due uomini armeggiano di fronte alla saracinesca di un negozio di pesticidi agricoli, nel pieno centro cittadino. Vista l’ora tarda e le strade vuote, la presenza dei due richiama l’attenzione del carabiniere, che scorge tra l’altro un che di losco nei loro movimenti. Presta spinge sul freno, si ferma e abbassa il finestrino della sua auto. Quindi domanda loro cosa stiano facendo e, dopo la più classica e meno fantasiosa delle risposte («pipì»), chiede di sapere da dove vengano. Rispondono di essere di Cesena. La città dista da Monticelli più di duecento chilometri: essendo già trascorsa la mezzanotte, è piuttosto improbabile che i due in quel momento siano impegnati in un giro turistico. Presta non è per niente convinto della bontà della circostanza, quindi chiede alla coppia i documenti. Ma essa deve trovare sconveniente la gentile richiesta: prende e se la dà a gambe. Da qui in poi vi sembrerà di vedere le scene di un film.

Il carabiniere Presta scende subito dall’auto e corre veloce dietro ai due uomini che, per far perdere le loro tracce, si dividono, imboccando strade diverse. Presta decide di inseguirne soltanto uno, essendo da solo. Nella corsa più volte gli intima di fermarsi. È in inferiorità numerica e la situazione è pericolosa, sia per sé sia per gli altri. Potrebbe essere sorpreso alle spalle dall’altro uomo. Il carabiniere spara quindi un colpo in aria. L’uomo che sta inseguendo cade a terra per la paura. Presta riesce a raggiungerlo e ad immobilizzarlo. In un vicolo di Monticelli si ferma la sua corsa. L’amico riesce invece a scappare. Nel frattempo, i proprietari di due bar nelle vicinanze chiamano rinforzi.

Originario di Canosa di Puglia e dai precedenti penali per associazione a delinquere finalizzata al furto, l’uomo catturato ha negato il tentativo di reato. Tuttavia, presso la saracinesca del negozio presso il quale Presta ha sorpreso i due uomini, i carabinieri hanno ritrovato il piede di porco che sarebbe dovuto servire per forzare la serratura. L’uomo è stato processato per direttissima dal Tribunale di Piacenza e condannato a quattro mesi di reclusione (convertiti in arresti domiciliari per la richiesta di giudizio abbreviato) e al pagamento di ottocento euro di multa. Grazie al coraggio di un carabiniere scelto, nato e cresciuto sotto il cielo di San Lucido, eroe tra le strade di Monticelli.